Non sono un alpinista forte, non realizzo imprese, ma arrampico in montagna perché è stupendo, è un modo grandioso di usare il proprio corpo.
Ieri, sabato primo marzo 2008 ho imparato qualcosa. Per quanto ciò che ho vissuto possa apparire banale a un vero alpinista, quale io non sono, mi ha lasciato molto su cui riflettere.
Francesco, detto anche “Il Monaco”, mi propose venerdì sera di andare a fare una via di arrampicata in montagna per la giornata di sabato. Le previsioni davano tempo incerto la mattina, ma bello il pomeriggio, così accettai la sua proposta di partire tardi, verso le nove, in modo da essere alle 10.20 a passo Duran, e di attaccare con comodo l’arrampicata sulle pareti della Moiazza verso mezzogiorno.

Così Siamo partiti, col cielo sopra di noi che tutto prometteva tranne di lasciar passare qualche raggio di sole, ma con l’intenzione di arrivare comunque all’attacco della via per vedere com’era la roccia e salire qualora il tempo fosse migliorato. Dopo un’ora di camminata con la neve fino alle ginocchia siamo arrivati al rifugio Bruto Carestiato, ovviamente chiuso, e d’improvviso il cielo si è aperto, inondando di sole tutta la valle e le pareti di roccia dietro di noi.

Galvanizzati abbiamo imboccato il sentierino che conduce verso l’attacco della via, e dopo altri venti minuti di camminata arrancando nella neve e attraversando lo sbocco di un magnifico canalone innevato che rotola fuori dalla montagna come un tappeto bianco siamo giunti alla base della via. A quel punto, mentre stavamo preparando l’attrezzatura alpinistica per la salita, il tempo iniziò a fare le bizze, come una lampadina avvitata male che oscilla indecisa tra la luce e il buio. Cielo scuro, raggi di sole e un po’di vento.

E quelli così sono i momenti più difficili per un alpinista principiante e pauroso come me. Eravamo lì, dopo un’ora e mezza di cammino nella neve, a un metro dalla nostra parete, lo scopo della giornata, indecisi e insicuri se salire o no. La via è facile, in inverno non osiamo oltre il IV grado, e la roccia era incredibilmente pulita e invitante; ma il cielo, quello no. Così aspettammo lì mezzora, fermi, mangiando un panino in silenzio, che la natura si sbilanciasse verso una decisione netta: o sole, o maltempo.
E nel silenzio nascono i dubbi. “Ma non ci conviene partire subito? Se partiamo convinti in tre ore siamo in cima, senza esitazione…ma non rischiamo troppo? Potrebbe arrivare una nevicata mentre stiamo arrampicando, e sarebbe molto pericoloso”.
Tacevo.
Il Monaco anche.
Ho salito un bel po’ di vie con lui, anche col tempo non molto bello. A lui non piace rinunciare, il ripiegare verso casa è una sconfitta. Io, invece, tendo a essere più cauto, ho più paura, e lui lo sa, perciò mi rispetta e non dice niente. Sa che sono molto combattuto.
Lui partirebbe, ma una cordata è fatta da due persone, e la convinzione e il coraggio devono essere di entrambi. Ma io vedo nei suoi occhi che mi vorrebbe dire “Dai, parti, ti faccio sicura io”.

Infilo le scarpette, strette e fredde in questa giornata di marzo, mi lego alla corda, controllo l’attrezzatura appesa all’imbrago, infilo le mani nel borsello del magnesio, e le appoggio alla parete. Le guardo. La roccia ora ha dieci punti bianchi, le mie impronte digitali di polvere chiara, il mio contatto con essa, uno scambio di calore, e di colore. Le mie mani e la roccia. E tutta la salita si svolgerà tramite questo contatto. Ci sono anche i piedi, di fondamentale importanza per l’alpinista, ma le mani, quelle le hai sempre davanti agli occhi mentre sali, a stringere in continuazione il tuo patto con la vita.
Guardo il mio compagno di cordata, e guardo il cielo. Nero. Un fiocco di neve, due, tre, portati dal vento, e basta. Di nuovo calmo. In quell’attimo si è giocato tutto. Chissà perché, ma due compagni di cordata, arrampicando insieme, in montagna sanno capirsi anche senza parlare. Ora lo vedo anche nei suoi occhi: è meglio rinunciare, tornare a casa. Oggi non è giornata da rocciatori inesperti come noi. Mettiamo via tutto e scendiamo al sentiero.
Gli chiesi di fare lo stesso una piccola salita, un paio di tiri di corda nella palestra di roccia che c’è poco più in là. Per lui la giornata è già finita, fallita, avendo mollato la via, ma per me no. Non avevo bisogno di arrampicare per trovare un surrogato al nostro sogno abbandonato, ma perché era importante, in quel giorno, salire sulla roccia, fosse essa una via, o una falesia.

Il Monaco acconsentì. Almeno arrampichiamo un po’. Così eccoci a tirare fuori di nuovo la corda. Parto io. Faccio i primi 10 metri di salita, metto il terzo rinvio e, all’improvviso, inizia a tirare vento. Forte, di più, ancora più forte. E col vento anche la neve, una vera e propria bufera. Mi stringo alla roccia e urlo al mio compagno “Pensa se adesso fossimo sulla via! Sarebbe un bel casino!”. E mi trovo lì, in mezzo alla bufera di neve, attaccato alla roccia. Sono felice. Felice di non essere su quella via a piantare chiodi nella roccia, ma su un breve tiro di corda di falesia con uno spit ogni tre metri. E con la neve che mi entrava in bocca e tra i capelli sotto il casco, continuai la salita fino alla catena. Bellissimo. Mentre salivo stavo bene. Era la prima volta che arrampicavo sotto una nevicata. E’ stupendo. Stupendo così, perché ero al sicuro.
Scendo e sale il Monaco. Lui non si è divertito tanto, perché la roccia gli ha strappato la giacca.
La discesa è stata al solito modo. Qualche parola su ciò che si farà prossimamente, niente su oggi. E poi in macchina fino a casa.

Quello che mi resta di questa giornata è il sapore della neve in bocca mentre arrampico. E quel sapore non lo sentirò mai più. Perché è nato dalla gioia di essere salvo, di essere scappato dalla montagna dopo aver sentito il pericolo, di aver saputo mettere da parte il senso di sconfitta e aver deciso di rinunciare. E il sapore di quella neve sarebbe stato amaro se ci fossimo trovati su quella via durante la tempesta. La montagna ha sempre l’ultima parola. E se voglio arrampicare so che lei potrà concedermelo o negarmelo. Oggi me l’ha negato, e sono felice di averla ascoltata.